Abitare il proprio corpo inteso come casa: parte da qui la ricerca artistica di Sabrina Iezzi. L'artista si focalizza sulla rilettura e riscoperta di se stessa per poi creare un luogo interiore di relazione con l'altro. Una relazione che punta ad approfondire la dimensione quotidiana del vivere nel contesto famigliare e generazionale.
Nata a Chieti nel 1971, Iezzi è esperta di iconografia greco bizantina che ha perfezionato affiancando il maestro Ivan Polverari. Con Polverari ha lavorato circa un decennio organizzando corsi per principianti e corsi avanzati.

Oggi però la sua attenzione è rivolta soprattutto all'ambito relazionale e alla performance. "La relazione intesa come equivalente dell'amore", spiega Iezzi, "coinvolge l'umano e il naturale in un chiasmo perfetto".
Nonostante questo una relazione "può produrre anche una ferita". E' il motivo per cui Iezzi nel suo lavoro ha preso come riferimento anche la parola "caduta" che, da tempo dice "fa parte del mio bagaglio esperenziale".
Caduta, ferita e poi la casa ultimo capitolo di un'indagine sull’abitare che l'artista porta avanti da tre anni. "La casa, deposito di memorie vissute, è intesa come luogo dell’addomesticamento alla relazione" dice.

Ma, come nell'opera Aspettando l'incolto, il suo aspetto rassicurante viene contraddetto dalla presenza incombente di una beccaccia imbalsamata, e la sproporzione di grandezza tra i due elementi introduce un’aspetto perturbante.
"L’immagine fuori misura della beccaccia", aggiunge, "è simbolo del lato mostruoso del vivere nell’ambiente domestico". Il titolo introduce il concetto di “incolto” che per Iezzi rappresenta la via d’uscita e il punto di partenza di una nuova visione.
Quindi, citando l’antropologo James Clifford, spiega: “Casa è fuori di noi, è l’insieme delle relazioni che abbiamo con gli umani e con gli altri esseri che vivono con noi qui sulla terra...l’incolto è un’ aspetto del mondo che viviamo e della condizione umana... L’incolto si cura di noi. Noi siamo incolto”.

La casa, luogo di relazione e collaborazione con le altre donne al centro di "Propiziatorio", installazione e performance di Iezzi nella Cappella gentilizia di Palazzo Lucarini a Trevi.
L'installazione consisteva in uno scranno a metà fra la sedia gestatoria e la sedia stercoraria con un foro al centro. La prima usata per avvicinare il papa ai fedeli. La seconda per verificare il sesso del papa ed evitare il rischio di avere di nuovo una donna sul soglio pontificio.
Durante la performance, oltre allo scranno, è stato usato un tessuto-patchwork, realizzato in collaborazione con altre donne. Frutto di un lungo lavoro invernale in casa dove il gesto del cucire accompagnava la condivisione di lettere su fiducia e fedeltà inviate all’artista.
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